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24 febbraio
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Il destino di nascere a Hiroshima

Motoi Yamamoto è un mio coetaneo giapponese.

Nascere a Hiroshima, deve essere in qualche maniera determinante, che tu creda o meno nel destino. Un po’ perché è senza dubbio un luogo “epico” che si porta appresso oltre agli echi di una guerra, una serie di simboli legati a un momento decisamente imbarazzante per la razza umana, e un po’ perché quel “momento”, quel piccolo “Big-Bang” ha fatto nascere un universo parallelo irradiato dal caldo tepore del fall-out nucleare. Probabilmente è per questo che Motoi, colpito dalla morte della sorella, causata da un cancro al cervello, inizia questo personalissimo percorso per ricordarla. Secondo la tradizione giapponese, ai funerali ci si butta il sale dietro le spalle come rito di purificazione, Motoi prende “il sale” come mezzo e materia prima per le sue incredibili opere. Labirinti, pattern intricati, paesaggi, tunnel irraggiungibili e scale impraticabili. Metafore di vita interrotta, percorsi non terminati ma pieni di significati simbolici.

Combatte la sua silenziosa battaglia spirituale attraverso questi “mandala ionici”, una forma di meditazione, centinaia di ore passate a centellinare grani di sale, creare forme, percorsi, mai uguali, mai perfetti, le imperfezioni sono parte dell’opera. Finita l’esposizione, il pubblico è invitato a distruggere le opere, raccogliere il sale in buste e sacchi perché possa tornare al mare da cui arriva e completare in un certo senso il suo percorso catartico.

Motoi hai raccolto 14 anni di opere e di installazioni in un libro che consiglio: “Return to the Sea: Saltworks by Motoi Yamamoto”, ma consiglio anche di dare uno sguardo ai video delle sue performance su Vimeo o youtube e, ovvio, il suo sito

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